Gli effetti dello stop alle pubblicità nel gioco legale: i contro del Decreto Dignità

lug 09

Giocare online è una forma di intrattenimento, se fatto con moderazione. Il Governo invece ha deciso di scendere in trincea contro l’intero settore, con i divieti contenuti nel Decreto Dignità approvato dal Consiglio dei Ministri” - sono state queste le parole di Moreno Marasco, presidente dell’Associazione Logico e manager di Bwin Italia, - per commentare il nuovo Decreto approvato dal governo Lega-Movimento 5 Stelle e simbolicamente battezzato, da Luigi Di Maio, Decreto Dignità.

Le sue parole si riferiscono chiaramente allo stop totale delle sponsorizzazioni e delle pubblicità online. Le associazioni sono insorte sia per i metodi, sia per i meriti del decreto. Anzi, per molti, tra cui lo stesso Marasco, il Decreto, nelle sue modalità, è stato inappropriato. Anzitutto perché si parla di una cosa che non ha i caratteri dell’urgenza e con la repentina appropriazione si è in qualche modo esautorato il Parlamento, impedendo qualsiasi confronto con le parti in causa. La ludopatia, che è un fenomeno in espansione contro cui il Governo ha deciso di fare la guerra, certamente non si preverrà col solo stop alle pubblicità. Questo è di certo il pensiero di Marasco e di tanti manager e dirigenti che nelle scorse ore sono insorti contro la scelta di togliere le pubblicità. Peraltro, si cade in un assurdo controsenso: la pubblicità è l’unico mezzo che i concessionari online hanno per distinguersi dagli operatori che si muovono illegalmente.

Chiaramente la misura colpisce anche le società più piccole: è il caso del settore dei casinò online AAMS, che rappresenta da sola il 7% della spesa lorda del settore. Ma non solo al mondo del gioco, il nuovo Decreto porta ammacchi vari anche nel mondo del calcio: oltre 200 milioni di investimenti pubblicitari rischiano di essere cancellati. L’intenzione di Di Maio di voler esportare questo modello sta preoccupando diversi paesi europei, su tutti Spagna e Francia. La speranza di molti, e dello stesso Marasco, è che il divieto alle pubblicità si trasformi in una occasione per autoregolamentare il settore pubblicitario. Lo stop è immediato, i contratti continuano. Piuttosto si potrebbe ripensare al Decreto, girando il divieto sulle pubblicità ingannevoli, quelle per capirci atte a rubare click e ingannare il visitatore.

Si è schierato anche l’ex Ministro degli Interni, Roberto Maroni, che ha condiviso le preoccupazioni di Marasco e di altri sostenendo che non è la soluzione giusta, questo divieto, per vietare la pubblicità e risolvere contemporaneamente la ludopatia. Il modello proposto da Maroni è in qualche modo “limitativo”: confinare le sale da gioco e le slot machine in sale specializzate, con la presenza di psicologi pronti ad intervenire qualora il soggetto non sia idoneo per frequentare la sala. Insomma, ci si attende una modifica veloce e che migliori seriamente il Decreto, che ha buone intenzioni sicuramente, ma che agisce e si applica in maniera forse errata. Anzi, il paradosso è che il decreto, anziché combattere, finisca per essere l’input principale verso l’illegalità.

Secondo i dati, relativi al 2018, elaborati dalla Fondazione Bruno Visentini, su 1.000 interviste telefoniche e 600 formulari somministrati a chi gioca online, solo il 41% di italiani tra 18 e 75 anni possono essere considerati “consumatori di gioco”: tra questi il 23% sono giocatori sporadici, il 9% occasionali, il 6% più o meno habitué, giocando circa una volta a settimana, il 3.3% gioca ogni giorno. La stima è che solo lo 0,8% è considerato nei limiti della problematicità patologica. L’illegalità dilaga: in un anno sono aumentati i giocatori online e la metà di essi ha dichiarato di effettuare anche giocate illegali. Un dato inquietante, nel momento in cui i più giovani sono anche i più coinvolti in un fenomeno sempre più dilagante.